BENEDETTO CROCE.

Saggio critico su: LUDOVICO ARIOSTO.
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          FONDAZIONE "EZIO GALIANO" onlus.
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          "Regala un libro ad un cieco".
PROGETTO: ANTOLOGIA ELETTRONICA DELLA LETTERATURA ITALIANA.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Il poeta dell'armonia.
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Tratto da:
Ariosto, Shakespeare e Corneille. 1920 Editrice Laterza, Bari.
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Il primo cangiamento che essi, i sentimenti, soffersero non appena vennero toccati dall'Armonia che cantava in fondo al petto del loro poeta, si manifest nella perdita della loro autonomia, nella sottomissione a un unico signore, nella discesa da tutto a parte, da motivi ad occasioni, da fini a strumenti nel morire di essi tutti a beneficio di una nuova vita.

La forza magica, che compiva questo prodigio, era il tono dell'espressione, quel tono disinvolto, lieve, trasmutabile in mille guise e sempre grazioso, che i vecchi critici chiamavano aria confidenziale ed enumeravano tra le altre propriet dello stile ariostesco, ed in cui non solo consiste intero lo stile, ma, poich lo stile non  altro che l'espressione del poeta e la sua anima stessa, consisteva tutto intero l'Ariosto, col suo cantare armonioso.
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Palpabile  quest'opera di svalutazione e distruzione, eseguita dal tono espressivo, nei proemi dei  singoli canti, nelle digressioni ragionanti, nelle osservazioni intercalate, nelle riprese, nei vocaboli adoperati, nel fraseggiare e nel periodare, e soprattutto nei frequenti paragoni che formano quadri e non rinforzano la commozione ma la divagano, e nelle interruzioni dei racconti talvolta nel punto loro pi drammatico, con gli agili passaggi ad altri racconti di diversa e sovente opposta natura.
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E nondimeno ci che vi ha di palpabile, di retoricamente isolabile e analizzabile,  solo piccola parte del tutto, dell'impalpabile, che scorre come sottile fluido, e non si lascia afferrare con ordigni scolastici, ma, anima qual', si sente con l'anima. E questo tono  altres la tante volte notata e denominata, e non mai bene determinata ironia ariostesca: non ben determinata, perch  stata per solito riposta in una sorta di scherzo o di scherno, simile o coincidente con quello che l'Ariosto usava talvolta nel contemplare le figure e le avventure cavalleresche; e cos  accaduto di restringerla e materializzarla a un tempo.
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Ma ci che non bisogna perdere di vista , che quell'ironia non colpisce gi un ordine di sentimenti, per esempio i cavallereschi o i religiosi, risparmiando altri, ma li avvolge tutti, e perci non  futile scherzo, ma qualcosa di assai pi alto, qualcosa di schiettamente artistico e poetico, la vittoria del sentimento dominante sugli altri tutti.
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Tutti i sentimenti, i sublimi e gli scherzosi, i teneri e i forti, le effusioni del cuore e le escogitazioni dell'intelletto, i ragionamenti d'amore e i cataloghi encomiastici di nomi, le rappresentazioni di battaglie e i motti della comicit, tutti sono alla pari abbassati dalla ironia ed elevati in lei.
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Sopra l'eguale caduta di tutti, s'innalza la maraviglia dell'ottava ariostesca che  cosa che vive per s: un'ottava che non sarebbe sufficientemente qualificata col dirla sorridente, salvo che il sorriso non s'intenda nel senso ideale, appunto come manifestazione di vita libera ed armonica, energica ed equilibrata, battente nelle vene ricche di buon sangue e pacata in questo battito incessante.
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Quelle ottave hanno la corporeit ora di floride giovinette ora di efebi ben formati, sciolte le membra nell'esercizio dei muscoli, e che non si affannano a dar prova della loro destrezza, perch essa si rivela in ogni loro atteggiamento e gesto. Olimpia, dopo tante traversie, dopo lungo e tempestoso viaggio per mare, approda col suo amante in un'isola selvaggia e deserta:
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Il travaglio del mare e la paura,
che tenuta alcun d l'aveano desta;
il ritrovarsi al lito ora sicura,
lontana da rumor, ne la foresta;
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e che nessun pensier, nessuna cura,
poi che 'l suo amante ha seco, la molesta;
fur cagion che ebbe Olimpia s gran sonno,
che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno.
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C' qui la completa analisi delle cagioni del gran sonno in cui cade Olimpia, precisamente dette; ma tutto ci  chiaramente secondario innanzi al sentimento intimo che esprime l'ottava, la quale sembra piacersi di se stessa, e si piace in effetto della  risoluzione di un moto, di un divenire, che giunge al suo compimento. Bradamante e Marfisa, congiunte, inseguono indarno, per dargli morte, re Agramante:
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Come due belle e generose parde
che fuor del laccio sien di pari uscite,
poscia che i cervi o le capre gagliarde
indarno aver si veggano seguite,
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vergognandosi quasi che fur tarde,
sdegnose se ne tornano e pentite;
cos tornar le due donzelle, quando
videro il Pagan salvo, sospirando.
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Stesso processo, stesso risultamento. Ma lo stesso processo e risultamento si osserva dove addirittura non c' nulla che paia avere intrinseco interesse nella materia, ossia c' solo un concetto convenzionale e una frase complimentosa per omaggio cortigiano o per attestato di stima e di amicizia. Dire di una bella dama: sembra in ogni suo
atto una Dea scesa dal cielo  detto non peregrino; ma dall'Ariosto girato e ritmato in modo che si assiste al manifestarsi della Dea nell'incesso maestoso, e allo stupore e al chinarsi devoto delle astanti e delle rivali, allo svolgimento di un piccolo dramma:
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Julia Gonzaga, che dovunque il piede
volge e dovunque i sereni occhi gira,
non pur ogn'altra di belt le cede,
ma, come scesa dal ciel Dea, l'ammira...
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Snocciolare una filza di nudi nomi per ricordo elogiativo, e variarne appena alcuno con un povero gioco di parole,  per s cosa ancor meno
peregrina; ma l'Ariosto dispone i nomi dei pittori contemporanei come sopra un Parnaso, elevando tra essi il maggiore, e ciascuno di
quei nudi nomi risuona in modo (per magistero del periodo e degli accenti), che par si animi e sia pieno di senso:
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E quei che furo a' nostri d o sono ora
Leonardo, Andrea Mantegna, Gian Bellino
duo Dossi, e quel che a par sculpe e colora
Michel, pi che mortale, Angel divino...
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Le sentenze dell'Ariosto furono giudicate dal De Sanctis luoghi comuni, e non osservazioni profonde e originali e da altri banali, o per giunta, contraddittorie. Ma sono sentenze dell'Ariosto, e dinanzi ad esse non si medita, ma si canta:
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Oh gran contrasto in giovenil pensiero,
desir di laude, ed impeto d'amore!
N, chi pi vaglia, ancor si trova il vero,
che resta or questo or quel superiore...
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Si direbbe, l'ironia dell'Ariosto, simile all'occhio di Dio che guarda il muoversi della creazione, di tutta la creazione, amandola alla pari, nel bene e nel male, nel grandissimo e nel piccolissimo, nell'uomo e nel granello di sabbia, perch tutta l'ha fatta lui, e non cogliendo in essa che il moto stesso, l'eterna dialettica, il ritmo e l'armonia.
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Con che, dalla comune accezione della parola ironia si  compiuto il passaggio al significato metafisico che essa ebbe presso i fichtiani e i romantici con la cui teoria spiegheremmo volentieri la natura dell'ispirazione ariostesca, se, presso quei pensatori e letterati, l'ironia non fosse stata poi confusa col cos detto umorismo e con la bizzarria e stravaganza. ossia con atteggiamenti che turbano e distruggono l'arte; laddov la determinazione critica da noi proposta si tiene rigorosamente nei confini dell'arte, come vi si tenne col fatto l'Ariosto, che non trascorre mai nell'umoristico e nel bislacco, indizio di debolezza, e ironizz da artista, sicuro della propria forza.
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E, per avventura, questa  la ragione, o una delle ragioni, onde l'Ariosto non and a grado agli scapigliati romantici, disposti a preferirgli il Rabelais, e, finanche, Carlo Gozzi.
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Fiaccare tutti gli ordini di sentimenti, adeguarli tutti in questo abbassamento, privare le cose della loro autonomia, esaminarle della loro particolare e propria anima, vale convertire il mondo dello spirito in mondo della natura: un mondo irreale, che non  se non in quanto noi cos lo poniamo.
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E, per certi rispetti, natura diventa tutto il mondo per l'Ariosto, superficie disegnata e colorata, splendente ma senza sostanza. Donde anche quel suo vedere gli oggetti in ogni loro tratto come naturalista che osservi minuzioso e descriva, senza appagarsi del tratto unico che solo rilevano e segnano altri geni d'artisti, senza impazienze passionali e conseguenti sprezzature.
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Pu sembrare che la figura di san Giovanni sia ritratta, al modo in cui  ritratta, per celia:
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che 'l manto ha rosso e bianca la gonnella,
che l'un pu al latte, l'altro al minio opporre;
i crini ha bianchi e bianca la mascella
di folta barba che al petto discorre...
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Ma, in fondo, con lo stesso metodo viene ritratta la bellezza di Olimpia, obliando la castit della donna che sarebbe parsa richiedere altra sorta di figurazioni o piuttosto qualche uso di velamenti:
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le bellezze d'Olimpia eran di quelle
che son pi rare, e non la fronte sola,
gli occhi, e le guancie, e le chiome avea belle,
la bocca, il naso, gli omeri e la gola...
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E con lo stesso metodo perfino Medoro, il cui cuore devoto ed ardito, il cui giovanile eroismo sarebbe parso a sua volta richiedere uno sguardo meno attento alla sua freschezza di adolescente:
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Medoro avea la guancia colorita,
e bianca e grata ne l'et novella...
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Le moltissime similitudini dei personaggi, e delle situazioni in cui si ritrovano, con spettacoli offerti dalla vita delle bestie o da fenomeni della natura, sono anche esse la parte quasi afferrabile e palpabile di questa conversione del mondo umano in mondo della natura.
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Non ne faremo la statistica, perch la fece gi, con irritante pazienza. un filologo tedesco in un grosso fascicolo, che fa passar la voglia di indugiarsi anche per un momento sulle similitudini, comparazioni e metafore ariostesche.
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Questo apparente naturalizzamento, questo oggettivismo del quale abbiamo insieme mostrato la profonda soggettivit, ha indotto alla fallace affermazione circa l'indifferenza e la freddezza osservatrice,tutta versata nelle cose, che sarebbe la forma dell'Ariosto.
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Al quale  stato dato compagno, per questa parte, il contemporaneo Machiavelli, che investig (come si suol dire) con occhio sagace la storia e la politica, ne descrisse l'andare e ne formul le leggi, ed espresse le osservazioni da lui fatte nella sua prosa con analoga inesorabile oggettivit, con scientifica freddezza.
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In certo  senso, ma in un senso assai lontano,  vero che entrambi, in diverso campo e per diversi fini, distrussero un anteriore contenuto spirituale (il Machiavelli, la concezione religiosa medievale della storia e della politica), e naturalizzarono.
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Ma niente altro che un detto immaginoso  da tenere quel giudizio sul Machiavelli, il quale, pensatore, scrutava i fatti e li schiariva con nuovo vigoroso pensiero, e, scrittore, esprimeva nell'apparente freddezza la sua passione severa; e, similmente, nient'altro che metafora  da considerare quella caratteristica dell'Ariosto, naturalista e oggettivo, perch l'Ariosto naturalizzava per spiritualizzare in nuova guisa, creando spirituali forme di Armonia.
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In questo verso e in conseguenza di quanto siamo venuti dimostrando, conviene abbandonare le lodi che si sono date all'Ariosto, ora per la sua eticit, per l'epica nobilt e decoro che in lui tanto esaltava il Galilei, ora per la forza e la coerenza che si ammirerebbero nei caratteri dei suoi personaggi, secondo l'avviso di critici vecchi e anche nuovi, e anzi recenti.
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Come mai potrebbe essere, nel Furioso, epicit, quando nel suo autore non solo mancavano i sentimnti etici dell'epos, ma quel poco, che si pu alquanto sottilmente sostenere che pur ne possedesse in retaggio, veniva con tutto il resto disciolto nell'armonia ed ironia?
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E come mai potrebbero essere nel poema caratteri veri e propri, se i caratteri dei personaggi non sono altro, in arte, che le note stesse, varie, diverse e contrastanti, dell'anima del poeta, le quali s'incorporano in creature che sembrano bens vivere di vita propria e particolare, e vivono invece tutte della stessa vita, variamente distribuita, scintille dello stesso fuoco centrale?
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Pessimo pregiudizio critico  quello che reputa che i caratteri vivano per s, e quasi quasi che possano continuare la loro vita fuori delle opere d'arte di cui sono parti e nelle quali non sono punto dissimili, n dissociabili, dalle strofe, dai versi e dalle parole.
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Nel Furioso, non essendovi libera energia di sentimenti passionali, non vi sono caratteri ma figure, disegnate bens e dipinte, ma senza rilievo e rotondit e con tratti piuttosto generici e tipici che individuali.
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I cavalieri si somigliano e confondono tra loro, differenziati per bont e malvagit, per maggiore gentilezza e maggiore rudezza, o per attributi estrinseci ed accidentali, e spesso per i soli nomi; le donne, allo stesso modo, come amorose e perfide, virtuose e contente di un solo amore o dissolute e perverse, e spesso per le avventure diverse in cui capitano e pei nomi che le frgiano.
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Il medesimo  per le fisionomie dei racconti e delle descrizioni (tipica e non individuale, o poco individuale,  la pazzia di Orlando alla quale solo per compiacimento retorico si  potuta avvicinare da qualche critico quella di Lear), e per le fisionomie degli oggetti, paesaggi, palazzi, giardini, e ogni altra cosa.
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Perfino sulla coerenza dei caratteri, grossamente intesa, come ubbidienza a un disegno tipico, ci sarebbe da fare (e a ragione sono state fatte) talune riserve, perch i personaggi dell'Ariosto si prendono molte libert verso s stessi, secondo i casi nei quali incorrono, o piuttosto secondo i servigi che loro richiede l'autore.
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Tali avvertenze si provano indispensabili, perch il presupposto dei caratteri oggettivamente rilevati e coerenti, se d luogo a lode da parte di coloro che li scoprono presso l'Ariosto, d luogo invece a tacce, del pari infondate da parte degli altri, che ve li cercano e non ve li trovano.
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Cos il De Sanctis abbass una volta le creature femminili dell'Ariosto a paragone di quelle di Dante e dello Shakespeare e del Goethe: paragone impossibile, perch Angelica, Olimpia ed Isabella non posseggono certamente l'intensit passionale di Francesca, Desdemona e Margherita, ma nemmeno queste posseggono le armoniose ottave nelle quali le altre si distendono e si cullano ed effettivamente consistono; e, quel che val meglio, n le une n le altre soffrono delle correlative mancanze, che sono mancanze al lume di un pregiudizio critico, ma non reali privazioni e contraddizioni poetiche in s stesse.
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Anche il De Sanctis ebbe ad accusare, quasi difetto e privazione, nell'Ariosto la mancanza del sentimento della natura; ma il cosiddetto sentimento della natura (come, del resto, esso medesimo, il grande maestro, insegnava) non dipende dalla natura, sibbene dagli atteggiamenti dello spirito umano, dai sensi di sollievo, di malinconia o di religioso terrore che l'uomo infonde a volta a volta nella natura, ritrovandoveli dopo averveli posti; e questi atteggiamenti, nella loro particolarit, erano esclusi in conseguenza dell'atteggiamento fondamentale dell'Ariosto, e se qualche accenno se ne fosse per caso introdotto nel poema, qualche nota sentimentale vi fosse risuonata, subito se ne avvertirebbe lo stridore e la sconvenienza.
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Al Lessing, altro oggettivista della critica, parve errato ed eccedente i confini della poesia il ritratto ariostesco delle bellezze di Alcina: al che il De Sanctis rispondeva che la materialit, biasimata dal Lessing, era, in quella descrizione, il segreto della poeticit, perch la bellezza di Alcina maga, consistendo in un rivestimento fittizio, voleva descrizione materiale.
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Censura ingiusta, e risposta assai ingegnosa bens, ma non forse altrettanto vera, perch si  gi visto che l'Ariosto, con quel metodo, descriveva sempre, cosi le bellezze schiette come le finte, le Olimpie come le Alcine; e la risposta genuina sembra la gi data, ch invano si cercherebbero nell'Ariosto tratti energici, fisionomie vive ottenute con due pennellate, cose che presuppongono un modo di sentire che egli non possedeva e, in ogni caso, reprimeva.
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Gli occhi ridenti e fuggitivi che sono tutta Silvia, le doux sourire amoureux et souffrant, che  tutta la spirituale amica della Maison du berger, appartengono non all'Ariosto, ma al Leopardi e al De Vigny.
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Vi ha due modi nei quali non bisogna leggere il Furioso. Il primo  quello con cui si legge un libro euritmico di alto soffio morale, come i Promessi sposi, seguendo cio nelle varie parti il processo di un serio affetto umano, che in tutte le parti, anche nelle pi piccole, circola e tutte le configura e le determina; e il secondo, quello che si adotta per opere come, per esempio, il Faust, nelle quali la composizione generale, pi o meno guidata da concetti della mente, non coincide del tutto con l'ispirazione poetica delle singole parti e nelle quali conviene discernere parti poetiche e legamenti impoetici, e il lettore, che sia di spirito poetico dotato, trascorre sugli uni per soffermarsi sulle altre e goderle.
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Nel Furioso, non c', o assai lievemente (ossia nella misura dell'imperfezione di ogni pi perfetta opera umana) la inequalit di questa seconda sorta di opere, e c', invece, l'equalit delle prime; ma vi manca la particolare forma di seriet passionale, che  nel tutto delle prime e nelle sparse parti delle seconde.
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Si deve perci leggere in un terzo modo che  quello di seguire, oltre la particolarit dei racconti e delle descrizioni, un contenuto che  sempre il medesimo e si attua in forme sempre nuove e ci attrae con la magia di questa, insieme, medesimezza ed inesauribile variet di apparenze.
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Come si vede, anche con ci si viene ad accogliere, rettificandolo, un giudizio comune, sul Furioso, che si pu dire prese ad accompagnarlo da quando comparve al mondo: il giudizio che sia opera priva di seriet, leggiera, burlevole, piacevole, frivola. Ludicro more lo diceva composto il cardinal Sadoleto nel privilegio che stese in nome di Leone decimo per l'edizione del 1516, sebbene soggiungesse, forse traducendo la dichiarazione del poeta stesso, longo tamen studio et cogitatione, multisque vigiliis confectum.
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E Bernardo Tasso e il Trissino e lo Speroni, e altrettali gravi e pedanteschi personaggi, non omisero di biasimare l'Ariosto per avere rivolto al solo fine del diletto il suo poema.
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E semplice raccolta di fables comiques lo giudicava il Boileau, e poema a semplice fine di diletto non guidato dalla ragione lo definiva il Sulzer, o sfrenato e stravagante, tutto interruzioni e, in tale eccessiva variet, fastidioso, lo diceva l'Home; e anche oggi, in molti manuali scolastici, s'incontrano esposti come un bilancio attivo e passivo i pregi e i difetti di esso, e tra i primi la perfezione dell'ottava, la vivacit delle narrazioni, la spigliatezza, e tra i secondi, la mancanza di sentimento profondo, la luce che splende e non riscalda, l'inerzia in cui lascia il cuore.
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Giudizio che si accoglie e rettifica con l'osservare semplicemente, che i cos giudicanti vedono e notano bene tutto ci che  al livello dei loro occhi, ma non levano gli occhi a ci che  pi in alto delle loro teste, e che  la virt principale, onde la frivolezza dell'Ariosto si svela profonda seriet di una specie rara, profonda commozione del cuore, ma di un cuore gentile e squisito e alquanto appartato dalle commozioni di ci che solitamente si considera vita e realt.
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Appartato, ma non separato, non alieno, non indifferente: al qual proposito giova, ripigliando e svolgendo l'analisi iniziata, mettere in guardia contro un facile fraintendimento della distruzione di cui abbiamo discorso, operata dal tono e dall'ironia ariostesca, quasi totale distruzione e annientamento, laddove si deve intendere di una distruzione nel senso filosofico della parola, e che  insieme conservazione. Se altrimenti fosse, che cosa starebbe a fare quella varia materia o contenuto affettivo nel poema?
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Stanno forse gli astri in cielo (interrogherebbe sarcastico don Ferrante) come capocchie di spille ficcate in un cuscinetto? Dalla totale indifferenza del sentimento, dalla mancanza di contenuto nasce la retorica altrui e non la poesia ariostesca: il belletto sul cadavere, e non la rosea nube che cinge e adorna il vivente.
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Nasce la versificazione molle ed estrinsecamente musicale dell'Adone e non l'ottava del Furioso; nascono, per citare ancora una volta l'ariostofilo Giraldi Cintio (che ammoniva a non confondere la facilit del Furioso con le rime di dolce suono e di nessun sentimento), le ottocento stanze che il Giraldi ebbe una volta a leggere di uno dei compositori del suo tempo, le quali pareano accolte fatte fra i fioriti giardini della poesia, tanto elle erano di stanza in istanza piena di vaghezza, ma, giunte in uno, eran cos vane, che pareano, quanto al senso, esser nate nel terreno della fanciullezza, perch il loro autore era stato solo intento al diletto che nasce dallo splendore e dalla scelta delle voci, e aveva in tutto lasciato la dignit e il giovamento, che vien dalla sentenza.
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Se l'Ariosto, nell'atto del comporre, non si fosse appassionato per le varie materie che entravano nel suo poema, gli sarebbero mancati l'impeto, il brio, i pensieri, gli accenti, da moderare e temperare nella disposizione armonica dell'anima. Avrebbe poetato a freddo, e a freddo non si riesce a poetare mai.
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Il processo della distruzione eseguita della materia, si potrebbe forse rendere chiaro a chi non gusta le forme filosofiche o le trova troppo difficili, merc il paragone con ci che nella tecnica della pittura si chiama velare un colore, che non vuol dire gi cancellarlo, ma smorzarlo di tono.
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In siffatto eguale smorzamento, i sentimenti tutti, che entrano a formare la trama del poema, serbano non solo la loro propria fisionomia, ma le reciproche proporzioni e rapporti; sicch essi vengono bens, nei vetri trasparenti e tersi e nelle acque nitide e tranquille delle ottave, deboli alla vista come perle in bianca fronte, ma vari quali erano, e pi o meno forti secondo la maggiore o minore forza che avevano nell'animo del poeta. Il comico, abbassato e rialzato insieme, rimane pur comico, il sublime sublime, il voluttuoso voluttuoso, il riflessivo riflessivo,  e via discorrendo.
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E accade talvolta di giungere sino al limite oltrepassando il quale l'Ariosto uscirebbe dal suo tono, ma dal quale non esce mai, perch, sempre, appressatosi al limite, lo rispetta.
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Ognuno conosce a mente i tratti e le parole pi commosse che sono nel Furioso: Medoro che, attorniato dai sopraggiunti nemici, s'aggira come un torno, facendosi schermo degli alberi e non abbandonando mai il corpo del suo signore, e Zerbino che, sul punto di ammazzarlo, guardandolo nel bel volto, si sente compenetrare da piet e si arresta; Zerbino, che nel morire si dispera di lasciare sola, preda a uomini ignoti, la sua Isabella, la quale si scioglie in lacrime ed esce in dolci parole di eterna fedelt; Fiordiligi, che riceve l'annunzio o piuttosto indovina la morte del suo sposo.. Sempre, nel ridire questi e altrettali versi, la gola si stringe e un non so che viene sugli occhi. Ecco Fiordiligi, che ha il brivido del presentimento:
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E questa novit d'aver timore
le fa tremar di doppia tema il core.
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Giunge la notizia ferale: Astolfo e Sansonetto, i due amici che si trovano nel luogo dov'ella  rimasta, gliela nascondono per qualche ora, e poi si risolvono a recarsi da lei per repararla alla sventura che l'ha colpita:
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Tosto che entraro, e che ella loro il viso
vide di gaudio in tal vittoria privo,
senz'altro annunzio sa, sanz'altro avviso,
che Brandimarte suo non  pi vivo...
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Trema nelle immagini e nel ritmo il tremito che prende la cara sventurata, si sente lo schianto e subito dopo il piombare nel nero abisso della desolazione. Un altro momento dello stesso racconto, in cui il dolore pare ripigliare forza e crescere su s stesso,  quello in cui entra, atteso, Orlando nel tempio dove si celebrano i funerali di Brandimarte: Orlando, l'amico, il compagno, il testimone di quella morte:
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Levossi, al ritornar del Paladino,
maggiore il grido e raddoppiossi il pianto...
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Innanzi a figure e a parole come queste, il De Sanctis soleva dire ai suoi scolari, esponendo loro il Furioso: vedete quanto cuore aveva l'Ariosto!. Ma ribadiva anche per esse la verit: che l'Ariosto non porta mai le situazioni sino allo strazio, vietatogli dal tono del suo canto; e mostrava come, per contenere lo strazio pronto a prorompere, adoperasse ora interruzioni, ora similitudini leggiadre, ora riflessioni, ora stilizzamenti.
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Sono critici troppo esigenti, ossia che chiedono il troppo o l'indebito, coloro che, per esempio, s'impuntano alle ottave sul nome Isabella (designato da Dio ad adornare d'allora in poi le pi belle, gentili, cortesi, sagge e caste donne: che  un omaggio alla marchesana di Mantova, Isabella d'Este), con le quali si chiude il racconto del sacrificio che Isabella fa  della sua vita per serbar fede a Zerbino; e non intendono che quelle ottave e il Proficiscere che le precede (Vattene in pace, alma beata...; o il racconto stesso della briaca bestialit di Rodomonte, sono tutte rappresentazioni o parole intonate a produrre l'effetto di far morire Isabella senza rovesciare il Furioso nella tragedia con la correlativa catarsi tragica: il Furioso, che ha la generale e perpetua catarsi armonica, ormai da noi a sufficienza chiarita.
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Appunto l'operare della materia sentimentale o passionale, nonostante e attraverso il superamento che se ne compie, il vario colorito che da quella proviene al poema, il carattere di umanit che gli conferisce, ci aveva consigliati a dichiarare, a capo della nostra analisi, che, nel definire l'Ariosto poeta dell'armonia, intendevamo solo additare dove batte l'accento dell'opera sua, ma che egli  poeta dell'Armonia e insieme di altro, dell'Armonia che si svolge in un mondo particolare di sentimenti; e, in somma, che l'armonia, dall'Ariosto attuata;
non  l'Armonia in genere, ma un'armonia affatto ariostesca.
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FINE.
